| L'arte orafa campana |
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La tradizione orafa campana si afferma nel periodo angioino, nel Borgo degli Orefici a Napoli. L'area non è molto distante dal mare, attraverso cui avvenivano gli scambi, ne dall'area di concentrazione degli artigiani tipografi, in quanto le prime macchine utilizzate dai tipografi erano di derivazione da quelle usate per il conio dell'oro, rendendo i due mestieri abbastanza simili. Proprio in questo Borgo gli orafi napoletani si radunarono con le botteghe quando nel Medioevo ottennero il riconoscimento ufficiale da Giovanna D'Angiò e nacque la loro corporazione. I primi maestri orafi furono francesi al seguito della corte angioina, ma ben presto gli artigiani locali seppero affrancarsi e soppiantare del tutto gli stranieri, sfruttando la tipica caparbietà, l'inventiva e la fantasia che da sempre hanno caratterizzato i napoletani. Tale aggregazione venne certificata poi in Borgo Orefici con l'istituzione di una scuola autoctona e con il primo statuto dell'Arte degli Orefici. Tale forma "giuridica" venne concessa sotto forma di editto da Carlo II d'Angio' e poi modificato da Giovanna I nel 1380, il quale riconosceva capacità giuridica alle cooperazioni artigiane.
A tutt'oggi il Borgo conta circa trecento aziende tra commercianti ed artigiani di gioielleria di pietre preziose. Alcuni di loro, lasciate le botteghe di Piazza degli Orefici a Napoli, ormai inadeguate alle nuove sfide della globalizzazione, si sono trasferiti nel nuovo polo orafo, il Tarì, che permette loro di avere le dimensioni e le connessioni adeguate per rimane competitivi sui mercati. Il Centro orafo Il Tarì, cittadella dell'oro che prende nome da un'antica moneta aurea, riunisce in forma consortile più di 200 aziende operanti nella progettazione, lavorazione e vendita di oreficeria e gioielleria. Il Centro occupa circa 130 mila metri quadrati e occupa duemila persone. |